domenica 22 gennaio 2017

FILM DEL PASSATO PER CAPIRE IL PRESENTE. LA GUERRA PRIVATA DEL CITTADINO JOE (J. AVILDSEN, 1970) MILLERTROPICO, IN FILMTV.IT

Il regista mette a  confronto (e in rotta di collisione fra loro), tre ambienti sociali contrapposti e tre categorie di persone molto differenziate che diventano qui, più che la fotografia, lo specchio deformato – proiettato sul futuro - di quella che era la società nord americana dei primi anni '70. Il tema è dunque uno di quelli che ci porta a riflettere seriamente su una serie di problematiche importanti, una delle quali è proprio suggerita dall’analisi che il film fa (un vero e proprio focus particolarmente critico e articolato) sulla classe operaia del periodo, o per lo meno su una certa parte di essa.




I tre mondi scandagliati, sono quelli dei colletti bianchi, dei colletti blu e del movimento degli hippies, un “fenomeno” sociale che era profondamente radicato nelle sfere giovanili del periodo e sul quale Avildsen punta il dito con particolare veemenza e altrettanta durezza, mostrandocelo come una congrega rimbesuita dalla droga e assetata soprattutto di sesso trasgressivo: un quadro impietoso (e anche discutibile, se vogliamo) molto vicino a quello che avrebbe potuto disegnare per esempio uno Spiro Agnew (non un nome preso a caso, per l’appunto) che fu il losco, reazionario vicepresidente di Nixon per due mandati consecutivi, ma che poi per fortuna fu costretto a dimettersi nel 1973 perché riconosciuto colpevole di evasione fiscale (infrazione giustamente odiosa in terra d’America e per questo perseguita con particolare severità) riguardante alcuni contributi elettorali per i quali aveva omesso di versare il relativo obolo allo Stato (Italiani, riflettete e indignatevi perché da noi succede anche di peggio, ma nell’indifferenza generale poiché il tutto  risulta invece preoccupantemente legalizzato dalle leggi e dalle decisioni politiche del momento).


Più che a un movimento insomma, qui sembra che ci si trovi di fronte a una sottocultura un po’ strampalata tendente a definire una modalità di vita più spericolata, formata da sbandati che al di là di queste evidenti violazioni riguardanti il modo – anche legittimo se vogliamo – di organizzare la propria vita, per il resto continuano invece a mantenere attivi i principi soprattutto ideologici della morale borghese (che era in effetti proprio la classe dalla quale provenivano in misura più massiccia che da altre), e da considerare di conseguenza, proprio a causa di questa dualità, ancora più sporchi e compromessi di quella.
Anche Joe (che è il principale protagonista della storia) può essere considerato - ideologicamente parlando - un hard-cat. (espressione che non saprei come tradurre in italiano): di fatto, un operaio specializzato integrato fino al midollo nel pensiero, nixoniano, indubbiamente maggioritario in quel periodo, ed ermeticamente chiuso dentro la sua ristretta e odiosa struttura mentale nonostante la sua provenienza proletaria di sfruttato dal sistema: decorato  di guerra, fanaticamente anticomunista e intriso  di tutti i più biechi luoghi comuni fascisti ( il classico conservatore insomma come quelli che proliferano ancora indisturbati negli states e che si apprestano a dare il loro voto nelle prossime elezioni presidenziali all'orrido Donald Tramp e alle sue deliranti idee).A maggior ragione dunque, per lui e la limitata visione che ha del mondo, ogni novità e cambiamento è avvertito come una terribile minaccia da avversare, il che fa inevitabilmente di ogni giovane che ha idee più avanzate delle sue, un potenziale viet-cong da combattere ed eliminare.
La sua vita quotidiana extra-officina, è quindi analizzata dal regista con l'acutezza resa un po' becera da quella lente deformata imputabile proprio al suo inquietante ideologismo reazionario: lo si evince  dai rapporti che ha (e che ci vengono mostrati) con sua moglie, che si esauriscono in un dialogo  banalmente centrato nel commentare l'ultima puntata dell'ormai decennale sit-com televisiva (o come diavolo si chiamava allora questa sorta di intrattenimento seriale) che Joe non può vedere a causa del suo lavoro, ma che conosce a menadito proprio grazie ai resoconti di sua moglie che lo tiene costantemente aggiornato (se la cosa ci fa fischiare le orecchie è perché si tratta di una situazione di ottusità mentale singolarmente presente anche ai giorni nostri: bastano piccoli aggiustamenti sugli argomenti presi in considerazione dovuti al differente clima generale, per trovarci precisi e sorprendenti parallelismi). Il tema del conflitto ideologico, lo si ritrova anche nella sconsolata rassegnazione che mostra verso i suoi figli che non accettano l'inquadramento militare che vorrebbe  loro imporre o nel rabbioso risentimento che esprime verso la (per lui) scandalosa presenza dei nuovi inquilini dalla pelle nera che abitato la palazzina contigua alla sua.
Il  sodalizio che si produce fa lui e William Compton, direttore di un'agenzia pubblicitaria ed esponente della ricca middle-class liberale (ma nel profondo altrettanto reazionaria) non è dunque altro che un'alleanza interclassista  nata nel segno della violenza e dell’opposizione morbosa intrisa però anche di incredula curiosità, per il modo diverso con cui concepiscono la vita gli hippies che desta loro sconcerto e preoccupazione montante.
Il leader all’interno di questo strano rapporto, è comunque Joe, che è poi quello che non mistifica il proprio fascismo dietro le apparenze del perbenismo liberale, ma ne fa anzi un punto d’onore (e soprattutto si comporta coerentemente con esso e alla luce del sole).

Due classi che da sempre si sono fronteggiate (e combattute) che d’improvviso diventano invece alleate (il che non è mai un bene per la democrazia, perché le differenze rimangono ben marcate). La paura e la sfiducia che comunque Compton nutre verso l’operaio, viene dunque qui contrapposta alla fiducia caprona che invece Joe riversa verso il borghese (solo in parte inficiata da una certa inevitabile astiosa riverenza dovuta alla differente classe di appartenenza sociale che suscita una evidente invidia). Nonostante la vigliaccheria del primo ad esporsi fino in fondo, i due appartenenti a classi sociali così differenti sono però profondamente uniti dalla stessa avversione che provano per gli hippies che si estrinseca nel rifiuto aprioristico verso quella concezione di vita ma anche nella morbosa curiosità con cui la osservano (e giudicano) dall’esterno. La cartina di tornasole di questa dualità di pensiero, la si ritrova proprio nella scena in cui i due sono coinvolti loro malgrado in un’ orgia organizzata “da quei depravati”. La loro partecipazione infatti è tutt’altro che passiva, ma al contrario animalesca e volgare, inequivocabile segno di uno sfogo dovuto a una troppo prolungata astinenza – anche “storica” – che li ha mantenuti lontano frenando persino l’istinto, da una sessualità più libera e spregiudicata a cui ogni essere umano dovrebbe invece ambire sempre e comunque.

Ne emerge dunque alla fine, un quadro desolato e sprezzante della moralità americana e della sua per più di una ragione sorprendente apertura al compromesso, esaltato proprio da quella singolare alleanza interclassista (che comprende purtroppo anche molti esponenti della classe operaia che esprimono comunque anche oggi un’ideologia sostanzialmente fascista spesso anche a loro insaputa perché se gli si ponesse la domanda, risponderebbero con un feroce rifiuto di quel termine del quale però sono portatori non solo in vitro) in difesa di una tradizione “perbenista” e decrepita finalizzata (a loro dire) a contrastare il dilagante pericolo di una sempre più evidente “decadenza dei valori” (e anche in questo il film è davvero molto attuale).
Ma mentre una classe (quella borghese) stipula un’alleanza per recuperare una proprietà in pericolo (nel film, la figlia) e conservare il privilegio, l’altra (quella proletaria), fanaticamente sostenitrice di un privilegio che non ha mai posseduto,finisce così per difendere quegli stessi valori che proprio la borghesia ha inventato e imposto per poter meglio esprimere e mantenere il suo dominio disconoscendo così la sua effettiva identità. Non a caso qui tra il colletto bianco e l’hard-hat, è proprio il secondo a spingere la violenza per farla però deflagrare in direzione dei simboli del rifiuto (gli hippies rappresentavano soprattutto proprio questo rifiuto, come ben sappiamo) e non verso quelli dell’oppressione di cui continua ad essere (inconsapevole? Impotente? Succubemente?) oggetto.
Un film dunque lucido e attuale che dovrebbe essere recuperato e visto dai più.

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