sabato 14 luglio 2018

REPORTAGE DAL KENTUCKY CHE HA VOTATO TRUMP. A. FLORES D'ARCAIS, Viaggio nella contea bianca più povera degli Stati Uniti. Che ha votato per Donald Trump, L'ESPRESSO, 13 luglio 2018

elcome to Booneville”. Ben piantato, t-shirt azzurra della Kentucky University tagliata alle spalle, gambe larghe e sguardo da finto duro, Ronny Craig dà il suo benvenuto davanti all’ingresso di una casa che fronteggia quello che un tempo era il tribunale della Contea. «Non c’è molto da vedere da queste parti, chi riesce se ne va, i pochi giovani che restano sono schiavi del “meth”, le miniere sono chiuse e sì, è vero, siamo la contea bianca più povera d’America». Dietro la vetrata che fa da porta e finestra il salotto è buio, una ragazza si nasconde, un uomo e una donna dall’età indefinita ma dai volti provati da una vita che sa di stenti abbozzano un sorriso, un giovane è allungato su una poltrona e biascica qualche parola di saluto. «Per me non c’è problema, ma loro non vogliono essere fotografati, sono i miei vicini, qui ci conosciamo tutti, sappiamo tutto di tutti. L’Italia è lontana vero? Anche New York. Io non sono mai uscito dal Kentucky, però una volta la Big Apple la voglio proprio visitare. Quando avrò i soldi».

Tutte le foto sono di Alessandro Cosmelli per L'Espresso


Di dollari nella Owsley County ne girano molto pochi. I neanche 5 mila abitanti di questa contea sperduta nei monti Appalachi del Kentucky orientale, quasi ai confini con la West Virginia, per l’America ufficiale non sono altro che una mera (e terribile) statistica: stando all’ultimo censimento è la contea bianca più povera degli States, la più povera in assoluto per reddito familiare, è al secondo posto per la denutrizione dei bambini e dal 1980 al 20014 è la contea dove l’incremento delle morti per cancro è stato il più alto (45,6 per cento) di tutti gli Usa.


«Se è cambiato qualcosa negli ultimi tempi? Qui abbiamo votato quasi tutti Trump, lui è l’unico che difende i bianchi come noi, non so quanto siano migliorate le cose, ci vorrà tempo, ma abbiamo fiducia. Qui anni fa stavamo bene e poi si guardi intorno, una bella natura, aria pulita, gente per bene, amichevole, peccato per le maledette metanfetamine». Ronny non spiega se quei poveracci nel suo salotto siano vittime del “meth” anche loro - ne hanno tutta l’aria - se gli chiedi qualcosa al riguardo abbozza solo una smorfia e una frase («gli do una mano») . «Se volete capire Booneville e questa contea andate al diner qui dietro l’angolo, c’è sempre qualcuno che ha voglia di parlare».


L’Ole Bus Station Diner è l’unico posto dove mangiare e bere (alcolici esclusi) qualcosa in tutta Booneville. «Sedetevi dove volete, arrivo subito», dice Scott che si destreggia tra la cassa e gli avventori. Lui è un caso raro, viene da Dallas e insieme alla moglie (di Houston) e al piccolo figlio hanno deciso di lasciare la vita metropolitana alla ricerca di un posto più salubre. Alla domanda («sicuro sia il posto giusto?») risponde senza esitazione: «Semplice: abbiamo guardato dove la terra costava di meno, era qui. Con i nostri risparmi ci siamo comprati un appezzamento e ci siamo costruiti una casa sugli Appalachi. Siamo felici così». A un tavolo tre uomini stanno discutendo tra qualche punta di animosità. Clad Homes ha passato una vita nelle miniere che un tempo erano l’orgoglio di questa regione: «Non era una vita facile, ho visto troppi morti, però noi siamo qui. Sono i giovani che non capisco, passano le giornate a non fare niente, si fanno di droghe mai sentite prima, una vita da disperati e nessuno che li aiuta. Il governo? Quelli è sempre meglio lasciarli perdere, chiunque ci sia al Congresso o alla Casa Bianca».


Lowell Morris ha una bella barba da vecchio montanaro, l’inseparabile cappello a visiera con una scritta come da tradizione di squadre sportive (o università) americane. La sua non è di un college e neanche di un team. «Cat è il diminutivo di Caterpillar, siamo orgogliosi di dove lavoravamo, camion, trattori, scavi e miniere, tutta la vita da queste parti, fuori degli Appalachi conosco solo Lexington (la più grande città della regione, un paio d’ore di auto da Booneville, ndr), sto bene qui e non me ne andrei mai. Nonostante tutto. Ho lavorato come guardiano e sono stato anche vice-sceriffo. Trump? Non dia troppo retta, qui lo hanno votato è vero, ma a votare ci vanno in pochi, a noi il potere federale non ci ha mai regalato nulla. L’unico serio è il nostro sindaco, quello è il tavolo dove si siede sempre, a quest’ora è al centro anziani, vada a trovarlo».


Charles Long a ottobre compirà 99 anni ed è la memoria storica di Booneville e della Owsley County. «La prima volta? Mi hanno eletto nel 1958, da allora sempre rieletto, però non è stato troppo difficile perché quasi sempre ero l’unico candidato». Si mangia le parole, con quell’accento stretto di chi vive negli Appalachi, l’udito non è al meglio ma la mente è lucida. Rivanga i bei tempi, «quando c’erano altri ristoranti, il cinema era pieno e le ragazze sorridevano». Ricorda con orgoglio gli anni Sessanta «quando abbiamo portato qui l’acqua corrente, abbiamo costruito la rete fognaria. Acqua per tutta la contea eh?». «Oggi? Non è un bel periodo, speriamo solo che i giovani non vadano via tutti. Si faccia un giro qui attorno, per avere un’idea di quello che c’era». Quello che c’era è un bel cinema oggi in disarmo (anche se si susseguono gli appelli per farlo riaprire) e poco più in là un drive-in abbandonato, dove lo schermo era un grande muro di cemento. Nel largo spiazzo erboso in cui gli adolescenti degli anni Cinquanta e Sessanta parcheggiavano le automobili e provavano le prime ebbrezze del sesso, sono rimasti i paletti per il sonoro, un cavallo pascola vicino a un vecchio “trailer” abbandonato e alla casupola dei biglietti annerita dagli incendi. Quel che c’era sono i campi di tabacco, oggi ridotti a erbacce e cespugli ingarbugliati, oppure le case un tempo dignitose e oggi abbandonate e distrutte, quel che ancora è visibile sono i fienili cadenti. E poi ci sono le chiese, tante chiese, chiese di ogni tipo. Tutte ben tenute.

«Shall we dance?». Vera Sue Deaton ha 74 anni e una gran voglia di ballare. «Un paio di volte al mese qui c’è un po’ di musica, ci ritroviamo con le amiche di sempre, incontriamo gli stessi uomini che conosciamo da quando eravamo tutti bambini. Ci piace danzare, questa musica ci ricorda quando eravamo giovani e quando questa contea aveva una vita spensierata. Eccolo lì il nostro Elvis». Lundy Wright, 71 anni e capelli tinti di nero pece, sale ancheggiando sul palco del Recreation Center, pochi passi dal centro degli anziani dove qualche dozzina di abitanti della Owsley County ha trovato una casa per trascorrere gli ultimi anni. Camicia rossa, jeans neri con cinturone, una voce ancora squillante e il classico copione di canzoni e mosse del bacino. È un sabato di festa. «Di serate così ne abbiamo un paio al mese, per noi è un avvenimento», sussurra all’orecchio Kelly Brown, altra ballerina che ha vissuto epoche migliori («vado verso gli ottanta ma non li sento»), un marito e troppi conoscenti morti nelle miniere che un tempo davano ricchezza. La strada che porta all’unica miniera rimasta si inerpica tra le verdeggianti colline degli Appalachi attraverso ripidi saliscendi di strade sterrate dove minacciosi cartelli mettono in guardia dagli “esplosivi in uso”.


Alla piccola stazione di benzina addossata a un “grocery store”dove puoi trovare un po’ di tutto e a un malmesso ufficio postale non tutti sono d’accordo sulla via migliore per arrivarci. Per un paio di vecchietti che, seduti sull’unica panchina, masticano tabacco «le miniere non esistono più da un pezzo, ci abbiamo rimesso polmoni e troppe vite però qualche dollaro lo portavamo a casa e non dovevamo vivere con i “food stamp” come i disperati». L’unico pienamente convinto di quello che dice (e avrà ragione) è Michael Rally, il postino della contea. «Funziona ancora, anche se a ritmo ridotto, tornate indietro, prendete la strada che scende, costeggiate il torrente». La miniera esiste davvero, quasi avvinghiata al crinale del bosco, una miniera piccola, come piccole erano le altre della contea, sconfitte dal tempo e dallo sviluppo che altrove, ma non qui, è segno di ricchezza. Il sabato sera, in questa terra dimenticata da ogni dio, l’unica chiesa aperta è quella cattolica. «Siamo una piccola minoranza, qui dominano gli evangelici, ma noi siamo una bella e combattiva comunità». Per Sister Marge è un giorno speciale, festeggia «i miei 60 anni in comunione con Gesù» e per lei hanno portato cibo e bevande. Prima la preghiera però: «Che Dio aiuti la nostra contea».

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