martedì 13 gennaio 2026

USA SULL'ORLO DELLA GUERRA CIVILE. CELADA L., Polveriera americana, IL MANIFESTO, 13.01.2026

 I giorni seguiti all’esecuzione di Renee Nicole Good sono stati saturi di lutto, rabbia e impotenza. Poi, nel fine settimana proteste e manifestazioni in tutta America, centinaia di città, da enormi cortei a presidi di quartiere.


Il regime dal canto suo non demorde, il movimento è messo in conto, lo scontro cercato: la grande deportazione pianificata anche proprio per elevare lo scontro politico. E da Minneapolis/St. Paul arrivano immagini di una pericolosa escalation. Commando che sfondano porte di casa – osservatori pestati e trascinati via privi di sensi – una forza armata contro la popolazione, guidata da invasati. Kristi Noem, “ministra del sicurezza”, quella dei selfie nei campi di concentramento salvadoregni, è apparsa dietro un podio che recava lo slogan «uno di nostri –ognuno dei vostri», colpirne uno per educarne cento, retorica e slogan ricalcano sempre più quella dei regimi. Di un governo che dichiara guerra ai suoi cittadini, e c’è il senso palpabile che il conflitto che spacca il paese, da ideologico stia mutando in inesorabilmente i violenza.

A PASSEGGIO per Korea Town, quartiere multietnico di Los Angeles, sembrano moltiplicarsi ogni giorno gli avvisi affissi ai pali della luce: «Qui è stato sequestrato un vicino», c’è la data, a volte un nome. Sinistra segnaletica di una malevolenza che incombe.

Si può sparire rincasando, o sul posto di lavoro, mentre si accompagna un figlio a scuola, o da un pronto soccorso. Non sono arresti, non c’è lettura dei miranda rights, quella dei telefilm: «Quello che dici potrà essere usato contro di te in tribunale»… Non ci sono tribunali perché non ci sono imputazioni – solo la detenzione indeterminata in Cpr privati, fuori da ogni supervisione, e la deportazione, eventualmente in paesi terzi, campi di prigionia esteri o zone di guerra.

PER MILIONI di persone la costituzione è stata già abrogata, solo a Los Angeles gli immigrati “irregolari” sarebbero due milioni. La legalità abbattuta a spallate, a Minneapolis, come a Caracas, va inscena una quotidiana normalizzazione della sopraffazione. Il sovrano lo ha detto al New York Times: «L’unico limite è la mia moralità». Ai cittadini inadempienti potrà essere revocata la cittadinanza ha aggiunto, a mo’ di esempio. L’obbiettivo non è il compromesso e nemmeno consolidare il semplice potere di governo, ma imporre con i mezzi necessari il dominio e l’egemonia. Ed in questa seconda fase il regime ha fretta di completare l’opera. C’è un’altra sensazione pervasiva, quella di essere ostaggi del proprio governo, spettatori impotenti di un tracollo.

A Minneapolis Trump ha mandato 2.000 agenti federali, un esercito di occupazione (la polizia locale ne conta solo 700). Il Venezuela sarà governato in remoto ma nel Minnesota ci sono i boots on the ground, ieri l’annuncio di rinforzi per soffocare le proteste. È una spedizione punitiva. Minneapolis, e Portland, dove gli agenti Ice hanno sparato ad altri due persone il giorno dopo Renee, sono nel mirino da anni per il ruolo centrale avuto nelle proteste di Black Lives Matter. Trump non ha dimenticato, devono pagarla. Del Minnesota sarà fatto un esempio. Il regime non tollera resistenza o “mancanza di rispetto” – quella che secondo Trump ha mostrato Renee Good.

I SEQUESTRATI finiscono in buchi neri che rammentano i black sites dell’era delle rendition, la guerra al terrorismo con ogni mezzo. Al Cpr di Minneapolis è stata respinta una delegazione parlamentare. Il Department of Homeland Security ha sospeso il diritto di ispezione senza preavviso. Ennesima norma superflua della Costituzione: senza appuntamento non se ne parla. Un altro parlamentare, Ro Khanna, l’appuntamento l’ha preso. La sua visita alla prigione di California City, appaltata alla società CoreCivic, in mezzo al deserto del Mojave, ha rivelato condizioni agghiaccianti: cibo avariato, assistenza sanitaria carente, celle refrigerate senza coperte, sovraffollamento. Ed una popolazione quasi interamente incensurata, genitori, piccoli imprenditori persone strappate a decenni di vita e lavoro in Usa. Ad oggi i morti accertati nel gulag sono stati 32.

Quelli ammazzati dalle squadracce invece sono almeno tre. Prima di Good c’era stato Silverio Villegas González, lavoratore precario di 36 anni ucciso a Chicago il 12 settembre in circostanze simili. Salito al Norte per lavorare è tornato in una bara al suo Michoacan di origine.
La violenza è cifra di base delle forze dell’ordine negli Usa. Sono mille all’anno i “morti per polizia”, vittime di dipartimenti con tolleranza zero per la disubbidienza e immunità pressoché totale per gli agenti.

È difficile trasmettere quanto sia pericolosa e potenzialmente esplosiva la situazione attuale di un governo che rivendica il police abuse come strumento di controllo, incita le milizie, inesperte e legalmente immuni. Trump ha parlato di «sguinzagliare» polizia e vigilantes. Tutto nella polveriera satura di armi che sono gli Usa. Il 31 dicembre, Keith Porter, un uomo di Northridge, sobborgo di La, è morto mentre sul tetto del suo condominio sparava in aria per celebrare il Capodanno. Un agente Ice fuori servizio lo ha freddato a colpi di pistola. Le circostanze sono poco chiare, e rimarranno tali. L’agente non verrà identificato, è coperto, ha detto il vicepresidente Vance, da «immunità totale».

L’IPERTROFICO apparato militare e repressivo risponde solo al presidente ed è finanziato da bilancio militare pari a quello dell’Inghilterra: 75 miliardi di dollari ad Ice ed altri 70 per gulag e personale. Ora è chiaro che l’apparato è stato costruito anche per la repressione del dissenso. Nei talk domenicali un funzionario ha ribadito, «il comportamento non normativo» non sarà tollerato. L’ America è sempre più divaricata spaccata e sempre più lungo la faglia fra governo federale e stati, fra stati rossi e stati blu – la dinamica delle guerre civili. Quest’anno che culminerà nelle elezioni parlamentari (sono davvero ancora possibili?) promette di essere forsennato, e determinante.

SABATO MATTINA siamo stati ad una riunione di addestramento delle ronde di autodifesa. Nella sede Utla (sindacato degli insegnanti di Los Angeles) c’era folla, la più grande da quando sono iniziati i training organizzati dalla community self-defense coalition. Molte persone non riescono ad entrare, gli viene chiesto per favore di tornare per la prossima seduta in programma fra una settimana. Qui si insegna a fare quello che stava facendo Renee Good. Osservare, monitorare i rastrellamenti di Ice, le ronde volontarie di cittadini tentano di contrastare la polizia segreta sguinzagliata nelle loro città. Sono passati tre giorni appena dall’assassinio di Renee, ma la gente sono sembra intimidita. Semmai il contrario. Fra i presenti, molte etnie, colori e generi, tanti giovani ma non solo, c’è il bisogno di fare qualcosa, qualunque cosa per contrastare il regime che si è impadronito del paese.

Con l’addestramento cerchiamo di minimizzare i rischi, ma non possiamo garantire la sicurezza. Il nostro modello è l’autodifesa delle Pantere Nere, senza armi
Javier

«LORO HANNO LE ARMI, noi abbiamo people power – dice Javier (nome di fantasia) – abbiamo i numeri». Operazioni simili sono attive a La, Chicago, New York, Charlotte, Minneapolis, Portland…ovunque. Javier spiega al gruppo le tattiche per pattugliare i quartieri, mai soli, meglio se in gruppi di tre. Se c’è un avvistamento segnalare al gruppo su Signal, chiedere rinforzi. Ogni ronda è composta da un guidatore, un addetto al video e uno al megafono. «Informiamo eventuali vittime di non parlare, chiediamo un nome e contatto se possibile, prima che vengano caricati sulle auto». Poi ci sono i fischietti: tre fischi staccati per avvertire di agenti nelle vicinanze – un fischio lungo sostenuto se il raid è già in corso.

L’IDEA È INTRALCIARE le operazioni, creare massa critica di testimoni senza interferire direttamente né fornire il pretesto a reazioni violente. A dire la verità ormai non sembra ci sia bisogno di scuse gli agenti aggrediscono comunque. «Non possiamo garantire la sicurezza – spiega Javier – il nostro modello è l’autodifesa del Pantere Nere, ma senza le armi. Con l’addestramento cerchiamo di minimizzare i rischi, ma chi vuole andare via vada ora». Nessuno lascia l’assemblea.

Allo stesso tempo le immagini delle aggressioni degli sgherri a contestatori, osservatori e giornalisti si fanno ogni giorno più raccapriccianti. Mi domando se le direttive non siano lievemente fuori tempo. È chiaro, dagli avvenimenti degli ultimi giorni che le direttive per le squadracce sono cambiate, pattugliano i sobborghi ordinati del Minnesota come Falluja. Le operazioni sono pensate per incutere paura ed il protocollo prevede ormai l’intimidazione aperta dei dissidenti.

DOMENICA a St. Paul, un convoglio di Ice ha circondato due osservatori ultrasettantenni che monitoravano la propria parrocchia. «Ci hanno minacciato – raccontano scossi – parlavano come criminali». Per l’arruolamento nelle milizie non si guarda tanto per il sottile. L’inclinazione alla violenza a sembra virare sempre più in gusto per la brutalità.

Vi state adattando? Chiediamo a Ron Gochez uno dei fondatori di Union del Barrio, gruppo di autodifesa nato durante i raid di giugno su Los Angeles. «Assolutamente no. Sappiamo che se anche seguissimo le “direttive” troverebbero il modo di criminalizzarci. Non abbiamo illusioni, ma la gente sta prendendo coscienza della gravità del momento. In Italia lo avete conosciuto il fascismo, e qui stiamo vedendo la traiettoria che porta inesorabilmente in quella direzione. E sappiano anche che c’è un solo modo per combatterlo».

PARTECIPIAMO ad una commemorazione di Renee Nicole Good a Boyle Heights, nel cuore di East La, epicentro di cultura e militanza chicana, dove negli anni 60 sono nati i Brown Berets, alleati ispanici del Pantere Nere. «Loro non si fermano e nemmeno noi. Il fascismo non puoi batterlo coi voti, o con le preghiere. L’unico modo è organizzarsi e lottare. Non abbiamo scelta».


Nessun commento:

Posta un commento