domenica 10 giugno 2012

POPULISMI USA. MAZZONIS M., Populismi americani (e non), L'UNITA', 9 giugno 2012

Non c’è niente da fare: siamo nell’era dei popoli e dei populismi. Se vuoi vincere devi ergerti a paladino dei diseredati – che poi sono quasi tutti meno alcune entità astratta e cattive – te la devi prendere con i poteri forti. Politici, banche, mafie, lobby dei potenti o un loro intreccio perverso con un disegno chiaro ma poco visibile. Le ricette per il futuro sono meno importanti (a dire il vero anche per coloro che non usano il populismo e si ammantano di serietà). Negli ultimi mesi in Grecia, Italia, Francia ha vinto ovunque una qualche forma di populismo anti status quo, in forme più o meno estreme. Si vince se si usano toni appassionati europeisti e si cerca di restituire ruolo alla Francia il suo ruolo centrale nel continente e si prendono voti gridando prima i francesi (Le Pen). Vincono le facce pulite ed extra-partito del centrosinistra e vince Grillo. Vince Syriza che denuncia i tagli a ogni costo e vince il nazionalismo di Alba Dorata. In ciascun caso c’è un populismo migliore e uno peggiore. Anzi, uno buono e uno pessimo. Come nel caso americano di Tea Party e Occupy Wall Street. O di Rick Santorum, che ha retto l’urto di Romney per mesi perché venuto dal nulla e nipote di minatori.


In Wisconsin martedì scorso ha vinto il populismo pessimo. Quello del Tea Party, contro il governo di Washington e il settore pubblico. Cosa è successo? Il governatore dello Stato, Walker, era stato costretto a tornare alle urne prima del tempo da un enorme movimento contro le sue leggi anti-sindacali. Eppure ha vinto come nel 2010. A spasso. Come mai il 38% delle persone provenienti da famiglie sindacalizzate ha votato per il governatore estremista? Qui una spiegazione: il governatore attacca i sindacati del pubblico, i lavoratori protetti e li contrappone alle famiglie di operai che non ce la fanno e che hanno conosciuto la disoccupazione. Walker mette contro le città (minoranze, studenti, lavoratori del pubblico, elite) e le zone rurali (americani brava gente, che si spezza la schiena). Coloro che pagano le tasse contro coloro che di quelle tasse vivono. Tutta retorica e niente di vero: i repubblicani sono dei geni a far votare la gente contro i propri interessi. I democratici sono dei geni a non spiegarsi, a non prendere posizioni chiare, a non saper delineare quali siano le questioni in gioco.
E Obama/Romney? Come giocheranno la carta populista? Obama è potenzialmente più in sintonia con certi toni, li ha usati e recentemente ha fatto riferimento a Teddy Roosevelt, populista e campione della middle class per eccellenza (basta la foto qui sopra). Ha origini umili, ce l’ha fatta da solo. Ma ha anche un tono professorale inadatto a entrare in sintonia con Joe six pack, il lavoratore bianco che torna a casa con la busta con sei lattine di birra, il vero problema dei democratici da tre elezioni a questa parte. Romney invece amico delle banche, ricco di famiglia, non riesce a evitare gaffe sulla sua ricchezza. Ma avrà dalla sua la carta dell’uomo di successo nell’economia contro l’uomo del sistema pubblico che non ha mai lavorato davvero (ricorda qualcuno?). Per questo da giorni la campagna Obama lavora per demolire il mito del Romney imprenditore. Ha chiuso fabbriche da manager e perso posti di lavoro da governatore, dicono i democratici fornendo dati e testimonianze nelle conference call con noi giornalisti. Per Obama si tratterà di spiegare che lui e il suo partito sono coloro che proteggono la middle class dai poteri forti. Lo hanno fatto con la riforma sanitaria, con la legge che regola le banche e con l’agenzia per i consumatori dei prodotti finanziari. Vogliono farlo alzando le tasse ai ricchi. Un sano populismo pro middle class capace di parlare male di banche e grandi compagnie e convincere i lavoratori bianchi a non farsi incantare dalla retorica anti governo che Walker ha usato così bene. La sfida populista tra Romney e Obama si giocherà così.

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